Ragazzi, se volete fare un giro fantastico, che vi farà percorrere in poche ore oltre duemila anni di storia, attraversando macchie impenetrabili e toccando alcuni degli angoli più segreti e più incantati della Maremma tosco-laziale, non potete perdervi l'appuntamento di sabato 29 maggio.
Partiamo dall'abbadia di Vulci nell'entroterra di Montalto di Castro (nella scheda le indicazioni su come arrivarci). Da lì ci inoltriamo nelle campagne della Maremma tra il fiume Fiora e i monti Castrensi lungo uno sterrato assai poco antropizzato, che passa dal territorio del Comune di Manciano (Grosseto) a quello di Farnese (Viterbo). Siamo nella zona di confine tra il vecchio Stato pontificio e il Granducato di Toscana, zona di briganti (non per niente il Sentiero dei briganti passa proprio da lì). Troveremo tante pecore, vacche, cavalli; putroppo anche qualche cane pastore. Esseri umani poco o niente. Attraversato il Fiora in prossimità del ponte medievale di san Pietro, discendiamo un tratto del fiume sulla sponda opposta e ci addentriamo in una macchia fittissima, dove saremo premiati dalla vista di un luogo magico: un antico eremo tardo-medievale (1.100 - 1.200 d.C.), scavato nella roccia tufacea lungo una parete solcata dalle acque di un ruscelletto che forma una cascata prima di buttarsi nel Fiora. Silenzio assoluto, solo lo scroscio dell'acqua e la suggestione mistica, sì proprio mistica, di un lantico uogo di preghiera fuori dal mondo. E' solo la prima tappa di questo giro, che prosegue per le rovine di Castro. Avrete sentito parlare di Pienza, città ideale del Rinascimento. Bene, Castro è una città gemella di Pienza, costruita nel Cinquecento dai migliori architetti dell'epoca. Ma a differenza di Pienza non è arrivata fino a noi nel suo splendore, perché nel 1640 è stata saccheggiata dalle truppe papaline e letteralmente rasa al suolo. Il risultato oggi è una sorta di "Birmania de' noantri": le rovine sono state ricoperte dal bosco. Ma in mezzo alla vegetazione si può riconoscere la piazza maggiore (con il palazzo della zecca del Vignola), le strade, con i capitelli per terra, il bugnato dei palazzi nobili. Insomma, uno sballo. E questa è solo la seconda tappa di rilievo. La terza la troviamo, scendendo dalla rupe di Castro fino al torrente Olpeta. Lì avremo un brivido di avventura, perché lo dovremo guadare con le bici in spalla, sperando che non sia particolarmente gonfio. Subito dopo imbocchiamo la via Clodia (antica strada romana, progenitrice della Braccianese-Claudia), che camminando sul basolato ci porta attraverso una tagliata etrusca: una fessura buia e umida, scavata nel terreno (nessuno ad oggi sa da chi e come) con quaranta metri di parete tufacea da una parte e quaranta dall'altra. Poi il ritorno alla civiltà . Volendo, si può fare una tappa ristoratrice da Isolina, mitico bar-ristorante della zona e poi ritorno alle macchine a Vulci. Come piccola variante si può fare - prima di partire o eventualmente anche al ritorno - una visita-lampo al parco archeologico di Vulci, città romana del terzo secolo avanti Cristo, con scavi imponenti e soprattutto un bellissimo laghetto formato dal Fiora, luogo ameno e pittoresco. L'accesso al parco è a pagamento (5 euro), ma se stiamo simpatici ai custodi, ci fanno entrare per dieci minuti senza pagare. Portatevi acqua e cibo, perché fino ad Isolina non troveremo né l'una né l'altro. Attenzione ai cani pastore, che da quelle parti sono poco avvezzi ai forestieri. A questo punto non resta che sperare che il meteo di questo maggio uggioso e novembrino ci assista. A presto. Saluti a tutti. Contest